sabato 3 dicembre 2011

'Buchettino', rapiti dalla magia del racconto
di Valentina Grignoli da 'LaRegioneTicino' del 2 dicembre 2011

Buchettino 'ascoltava molto e parlava poco'. Settmo di sette fratelli, meglio conoscuto dai più come Pollicino, egli si discosta infatti dallo schema svegliarsi-mangiare-dormire, che permea gli altri protagonisti della celebre favola di Perrault, e con arguzia e coraggio riesce a portare in salvo i suoi fratelli.
Così noi, come lui, spettatori e protagonisti al tempo stesso, veniamo invitati ad ascoltare lo spettacolo 'Buchettino', messo in scena dalla Socìetas Raffaello Sanzio (una delle più innovative compagnie del teatro di ricerca italiano). La magia ha inizio. Il pubblico si ritrova d'incanto in uno stanzone colmo di letti a castello, per taluni la stiva di una barca, per altri una camerata in colonia. Ognuno ha il proprio letto nel quale coricarsi, comodo giaciglio immerso nel profumo di pino ed eucalipto. Siamo tornati bambni e asiamo pronti ad ascoltare la favola, magistralmente raccontata da una narratrice, Monica Demuru, che darà voce a tutti i personaggi facendoli rivivere anche gestualmente. Una sedia, un grosso libro rosso e una lampadina che oscilla sopra l'attrice gli unici oggetti in questa stanza dove il mondo esterno sembra bandito.

La storica creazione (1995) della Compagnia di Romeo Castellucci e Chiara Guidi, che ne curano la regia, non smette di stupire, commuovere e appassionare. Non si tratta semplicemente di ascoltare una fiaba: ogni spettatore è portato a riviverla. Sommersi nell'oscurità, i sensi dell'udito si acuiscono e inizia quel viaggio nel mondo della fantasia che solo da bambini sapevamo compiere. Per tutto il tempo della narrazione, in un climax di tensione che giunge all'estremo con l'arrivo dell'Orco, si odono i rumori di quanto accade. E allora portoni che si aprono, stoviglie, uccellini, passi pesanti che rimbombano invadono lo spazio: una cassa di risonanza che ci porta alla purezza delle sensazioni. Da fiaba, Buchettino diventa un evento privilegiato, dove la voce acquisisce quella particolare funzione impostagli dalla Socìetas: senza essere veicolo di senso, essa si libera dalla parola e acquisisce una forma speciale secondo la quale non è più importante cosa si pronuncia, ma come.

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