Il Cortile è uno di quegli spazi nati negli ultimi anni nel nostro
cantone, creati da persone che sentono la necessità di portare avanti un
proprio discorso artistico indipendente. Si tratta di luoghi
solitamente ai margini della città, ai margini di una proposta artistica
ufficiale, tra centralità e periferia, tra mondanità e arte popolare.
Questo piccolo teatro, creato a partire da un magazzino a Viganello nel 2006 da Emanuele Santoro, è uno spazio artistico dove e.s.Teatro prova e mette in scena i suoi spettacoli, ha una scuola per ‘microattori’ e ospita rassegne locali. Abbiamo incontrato il fondatore di e.s.Teatro, proprio al Cortile, per conoscere meglio lui, il suo lavoro e la sua ultima produzione, Aspettando Godot , in scena da domani (venerdì) all’11 marzo al Foce di Lugano.
Chi è e.s.Teatro? «e.s. Teatro nasce nel 2003 come bisogno di cominciare a parlare una mia lingua, fare delle cose mie, tant’è vero che il nome della compagnia porta le mie iniziali! Ho debuttato con un adattamento del Caligola di Camus, e da lì ho proposto una produzione all’anno toccando parecchi classici. Questi parlano continuamente di noi, anche a distanza di secoli, e al contempo danno al regista la possibilità di proporre interpretazioni personali. Da qui nascono le varie riduzioni e adattamenti particolari, dal repertorio strettamente shakespeariano a Cervantes e poi Dostoevskij. Da qualche anno affronto il teatro dell’assurdo e quello contemporaneo, mettendo in scena autori italiani ancora poco rappresentati nel loro Paese, parlo di Edoardo Erba e Spiro Scimone».
Cosa vuol dire lavorare in un territorio come quello ticinese? «Noi viviamo in una terra strana, un crocevia, e la maggior parte delle compagnie alla fine se ne va. Inoltre, c’è poca sinergia, poca collaborazione. Stiamo parlando di un fazzoletto di terra, grande quanto un quartiere di Milano, che nonostante riunisca una quantità incredibile di proposte, queste non riescono a unire le forze. La realtà ticinese è variegata, si va dalla clownerie al teatro di narrazione, passando per il teatro di prosa e di parola, per approdare al teatro sperimentale. Questo potrebbe essere una forza, se visto in un contesto generale. Ma noi, che vi siamo dentro, ci sfioriamo e non ci tocchiamo mai».
Come valuta la qualità del teatro ticinese? «Vi sono lavori molto interessanti. Ma bisogna stare attenti ad avere sempre uno scambio, un confronto con l’esterno, altrimenti si rischia di autocompiacersi troppo facilmente. Qui infatti si fa presto a dare giudizi, e mi riferisco sia ai critici sia al pubblico. Questi giudizi, a volte dati senza cognizione di causa e necessaria competenza, possono decidere del destino di uno spettacolo, per questo non bisognerebbe fermarsi alla dimensione locale».
Spesso però la realtà locale viene adombrata dai cartelloni ufficiali...
«Esatto, salvo la felice eccezione del Dicastero Giovani Eventi ( Home, ndr ), è difficile avere una vetrina più ufficiale attraverso la quale farsi conoscere da un pubblico che esiste: le stagioni ufficiali sono seguite assiduamente. Se in quel contesto venissero inserite anche le realtà locali, queste prenderebbero più piede. Non dovrebbe trattarsi di occasioni eccezionali, dovrebbe essere una regola. Alla fine, ciò che conta è la curiosità, e sarebbe così bello poterla sollecitare nel pubblico locale».
Aspettando Godot
V: «Andiamocene». E: «Non si può». V: «Perché?». E: «Aspettiamo Godot». Due uomini ne attendono un terzo, che non arriva. ‘Aspettando Godot’ è un testo che, come tutta la produzione di Beckett, ha rivoluzionato il teatro a livello formale. Scritta come una commedia, modellata sui suoi meccanismi, in realtà mette in scena la tragedia umana. E: «Troviamo sempre qualcosa, vero, Didi, per darci l’impressione di esistere?».
Perché ha deciso di mettere in scena ‘Aspettando Godot’? «Perché è un sogno che ho nel cassetto da tempo, e con questa pièce sento il bisogno di raccontarmi. Non potrei prescindere dal contatto viscerale che ho con il testo per farlo, per me il teatro è questo. Mi sento vicino al messaggio, alla sostanza che c’è nell’opera».
Parla anche di lei quindi? «Sì, ma anche di noi, del punto in cui siamo oggi, di questa enorme confusione. Non c’è direzione, tutte sono aperte. Dobbiamo parlare per riempire i vuoti e ci inventiamo cosa dire. Questo aspettare qualcosa, qualcuno, è proprio dell’essere umano. Giorno per giorno ci coinvolgiamo in un sistema che a volte non ricordiamo più a cosa porta e se l’abbiamo scelto noi. E ciò che noi siamo convinti di aspettare: sappiamo cos’è? Lo vogliamo veramente? Siamo sicuri che non ci è già passato davanti? È un tema ampio, ognuno si può riconoscere».
Questo piccolo teatro, creato a partire da un magazzino a Viganello nel 2006 da Emanuele Santoro, è uno spazio artistico dove e.s.Teatro prova e mette in scena i suoi spettacoli, ha una scuola per ‘microattori’ e ospita rassegne locali. Abbiamo incontrato il fondatore di e.s.Teatro, proprio al Cortile, per conoscere meglio lui, il suo lavoro e la sua ultima produzione, Aspettando Godot , in scena da domani (venerdì) all’11 marzo al Foce di Lugano.
Chi è e.s.Teatro? «e.s. Teatro nasce nel 2003 come bisogno di cominciare a parlare una mia lingua, fare delle cose mie, tant’è vero che il nome della compagnia porta le mie iniziali! Ho debuttato con un adattamento del Caligola di Camus, e da lì ho proposto una produzione all’anno toccando parecchi classici. Questi parlano continuamente di noi, anche a distanza di secoli, e al contempo danno al regista la possibilità di proporre interpretazioni personali. Da qui nascono le varie riduzioni e adattamenti particolari, dal repertorio strettamente shakespeariano a Cervantes e poi Dostoevskij. Da qualche anno affronto il teatro dell’assurdo e quello contemporaneo, mettendo in scena autori italiani ancora poco rappresentati nel loro Paese, parlo di Edoardo Erba e Spiro Scimone».
Cosa vuol dire lavorare in un territorio come quello ticinese? «Noi viviamo in una terra strana, un crocevia, e la maggior parte delle compagnie alla fine se ne va. Inoltre, c’è poca sinergia, poca collaborazione. Stiamo parlando di un fazzoletto di terra, grande quanto un quartiere di Milano, che nonostante riunisca una quantità incredibile di proposte, queste non riescono a unire le forze. La realtà ticinese è variegata, si va dalla clownerie al teatro di narrazione, passando per il teatro di prosa e di parola, per approdare al teatro sperimentale. Questo potrebbe essere una forza, se visto in un contesto generale. Ma noi, che vi siamo dentro, ci sfioriamo e non ci tocchiamo mai».
Come valuta la qualità del teatro ticinese? «Vi sono lavori molto interessanti. Ma bisogna stare attenti ad avere sempre uno scambio, un confronto con l’esterno, altrimenti si rischia di autocompiacersi troppo facilmente. Qui infatti si fa presto a dare giudizi, e mi riferisco sia ai critici sia al pubblico. Questi giudizi, a volte dati senza cognizione di causa e necessaria competenza, possono decidere del destino di uno spettacolo, per questo non bisognerebbe fermarsi alla dimensione locale».
Spesso però la realtà locale viene adombrata dai cartelloni ufficiali...
«Esatto, salvo la felice eccezione del Dicastero Giovani Eventi ( Home, ndr ), è difficile avere una vetrina più ufficiale attraverso la quale farsi conoscere da un pubblico che esiste: le stagioni ufficiali sono seguite assiduamente. Se in quel contesto venissero inserite anche le realtà locali, queste prenderebbero più piede. Non dovrebbe trattarsi di occasioni eccezionali, dovrebbe essere una regola. Alla fine, ciò che conta è la curiosità, e sarebbe così bello poterla sollecitare nel pubblico locale».
Aspettando Godot
V: «Andiamocene». E: «Non si può». V: «Perché?». E: «Aspettiamo Godot». Due uomini ne attendono un terzo, che non arriva. ‘Aspettando Godot’ è un testo che, come tutta la produzione di Beckett, ha rivoluzionato il teatro a livello formale. Scritta come una commedia, modellata sui suoi meccanismi, in realtà mette in scena la tragedia umana. E: «Troviamo sempre qualcosa, vero, Didi, per darci l’impressione di esistere?».
Perché ha deciso di mettere in scena ‘Aspettando Godot’? «Perché è un sogno che ho nel cassetto da tempo, e con questa pièce sento il bisogno di raccontarmi. Non potrei prescindere dal contatto viscerale che ho con il testo per farlo, per me il teatro è questo. Mi sento vicino al messaggio, alla sostanza che c’è nell’opera».
Parla anche di lei quindi? «Sì, ma anche di noi, del punto in cui siamo oggi, di questa enorme confusione. Non c’è direzione, tutte sono aperte. Dobbiamo parlare per riempire i vuoti e ci inventiamo cosa dire. Questo aspettare qualcosa, qualcuno, è proprio dell’essere umano. Giorno per giorno ci coinvolgiamo in un sistema che a volte non ricordiamo più a cosa porta e se l’abbiamo scelto noi. E ciò che noi siamo convinti di aspettare: sappiamo cos’è? Lo vogliamo veramente? Siamo sicuri che non ci è già passato davanti? È un tema ampio, ognuno si può riconoscere».
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