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venerdì 16 marzo 2012

Teatro: artigianato e umiltà - Teatro d'Emergenza

Che il teatro sia anche artigianato, e quindi sapiente utilizzo del proprio corpo per far vivere i personaggi ed emozionare il pubblico, è un concetto che oggi spesso viene dimenticato. Ma l’idea di un teatro riportato a sé aveva già rivoluzionato gli inizi del Novecento. Gli attori iniziavano allora a essere considerati, dal celebre teorico Gordon Craig in poi, abili maestri dello strumento più importante che avevano, il corpo, dai cui gesti scaturiva la parola.
Questo si definiva artigianato teatrale: tornare ai propri, semplici, strumenti e reimparare a usarli. Nel panorama scenico odierno, purtroppo, sempre più raramente si incontrano attori che hanno l’umiltà di definirsi ancora artigiani del proprio mestiere. Tra questi pochi ci sono Luca Spadaro e Massimiliano Zampetti, 19 anni di lavoro in comune e in continua ricerca, e 23 spettacoli all’attivo come Teatro d’Emergenza.
« Max e io abbiamo sempre avuto una visione molto artigianale di questo mestiere – ci racconta il regista Luca Spadaro –, non so se ogni tanto abbiamo avuto la benedizione divina di fare arte. Noi partiamo facendo dell’artigianato, solido, ben fatto, con la cura del dettaglio. Se si trasforma in arte, bene, altrimenti sarà comunque stato utile ». Abbiamo incontrato la compagnia Teatro d’Emergenza, in scena da stasera al 18 marzo al Foce con Il custode di Pinter (foto), che ci ha fatto partecipe della propria personale visione della scena luganese; scena che per i due attori ha rappresentato agli esordi anche un percorso di formazione
« Abbiamo iniziato lavorando con Coco Leonardi – continua Spadaro –. Negli anni Novanta non c’era tutta quell’enfasi di apparire, andare a tutti i costi su un palco. O facevi l’accademia, o facevi esperienza, e quest’ultima te la guadagnavi. C’era l’umiltà di farla senza essere professionisti. Eravamo ragazzi che stavano provando in piccolo, e accanto avevamo la possibilità di lavorare per le compagnie luganesi, che all’epoca erano poche, ma soprattutto stupende con noi ragazzi. Il Teatro Pan, delle Radici e Sunil: ci offrivano gli spazi, i consigli, e la possibilità di fare i diversi lavori attorno al teatro (attrezzista, aiuto luci, aiuto fonico). Questa è stata parte della nostra formazione. Facendo i nostri esperimenti, tra di noi, e con l’aiuto delle persone di allora: Vania Luraschi, Daniele Finzi Pasca, Cristina Castrillo, che erano adorabili, generosi. Oggi la situazione è cambiata, ci sono più attori che spettatori, e un altro modo di approcciarsi a quest’arte ».
In che senso? «Oggi tutti vogliono salire sul palco, non importa come e con quale esperienza. Noi cerchiamo di far capire che per essere attori non basta fare un corso serale, bisogna lavorare! Si vuol provare a tutti i costi l’emozione di andare in scena. Ma l’emozione va data al pubblico, non a se stessi».
La differenza tra amatorialità e professionalità sta proprio in questo lavoro... «Una volta era molto marcata questa differenza. Noi abbiamo continuato a non definirci professionisti molto dopo aver iniziato a ricevere finanziamenti. Oggi si perdono anche la qualità e la richiesta del pubblico, che ormai si adatta a tutto. C’è dispersione, non si sa più giudicare buoni o meno gli spettacoli, a volte sembra che tutto qui sia meraviglioso. Ma io questa gran meraviglia non la vedo sempre».
La meraviglia di uno strumento artigianale, il corpo dell’attore, che se usato con cura e dovizia non smetterà mai di emozionare il proprio pubblico, forse più di declami e scintille.

Il custode
«In Pinter i personaggi potrebbero essere fotografie scattate la mattina in una qualunque città, appoggiate su un palcoscenico la sera e lasciate lì a deformarsi sotto la luce dei riflettori». Così anche i tre protagonisti della pièce ‘Il custode’, dramma del 1960 di Harold Pinter.
Max Zampetti, nel ruolo di Davis, ci racconta lo spettacolo, dove il vecchietto che rappresenta si affida alle cure di un uomo più giovane, Aston (recitato da Silvia Pietta, una donna, volta a creare lo straniamento voluto dal regista per la messa in scena), che lo salva da una rissa. Più tardi sopraggiungerà il violento fratello maggiore Mike (Mirko D’Urso), al quale nonostante le aggressioni Davis chiederà protezione.
«La sintesi dello spettacolo è che troppo spesso ci mettiamo nelle mani di persone violente, che riteniamo ci possano proteggere perché più forti, ma non forzatamente più generose. Pinter è lucidissimo nella scrittura, crea una drammaturgia dove tutti gli elementi sono presenti. Un drammaturgo attore, chiarissimo nella sua complessità. È un nostro autore guida, studiato da anni, ma mai messo in scena. Questo suo testo nasconde un forte discorso politico: ci svela come siamo, con aggraziata ironia».
 
 

giovedì 8 marzo 2012

L'attesa del teatro ticinese - e.s. teatro

 Il Cortile è uno di quegli spazi nati negli ultimi anni nel nostro cantone, creati da persone che sentono la necessità di portare avanti un proprio discorso artistico indipendente. Si tratta di luoghi solitamente ai margini della città, ai margini di una proposta artistica ufficiale, tra centralità e periferia, tra mondanità e arte popolare.
Questo piccolo teatro, creato a partire da un magazzino a Viganello nel 2006 da Emanuele Santoro, è uno spazio artistico dove e.s.Teatro prova e mette in scena i suoi spettacoli, ha una scuola per ‘microattori’ e ospita rassegne locali. Abbiamo incontrato il fondatore di e.s.Teatro, proprio al Cortile, per conoscere meglio lui, il suo lavoro e la sua ultima produzione, Aspettando Godot , in scena da domani (venerdì) all’11 marzo al Foce di Lugano.

Chi è e.s.Teatro? «e.s. Teatro nasce nel 2003 come bisogno di cominciare a parlare una mia lingua, fare delle cose mie, tant’è vero che il nome della compagnia porta le mie iniziali! Ho debuttato con un adattamento del Caligola di Camus, e da lì ho proposto una produzione all’anno toccando parecchi classici. Questi parlano continuamente di noi, anche a distanza di secoli, e al contempo danno al regista la possibilità di proporre interpretazioni personali. Da qui nascono le varie riduzioni e adattamenti particolari, dal repertorio strettamente shakespeariano a Cervantes e poi Dostoevskij. Da qualche anno affronto il teatro dell’assurdo e quello contemporaneo, mettendo in scena autori italiani ancora poco rappresentati nel loro Paese, parlo di Edoardo Erba e Spiro Scimone».

Cosa vuol dire lavorare in un territorio come quello ticinese? «Noi viviamo in una terra strana, un crocevia, e la maggior parte delle compagnie alla fine se ne va. Inoltre, c’è poca sinergia, poca collaborazione. Stiamo parlando di un fazzoletto di terra, grande quanto un quartiere di Milano, che nonostante riunisca una quantità incredibile di proposte, queste non riescono a unire le forze. La realtà ticinese è variegata, si va dalla clownerie al teatro di narrazione, passando per il teatro di prosa e di parola, per approdare al teatro sperimentale. Questo potrebbe essere una forza, se visto in un contesto generale. Ma noi, che vi siamo dentro, ci sfioriamo e non ci tocchiamo mai».

Come valuta la qualità del teatro ticinese? «Vi sono lavori molto interessanti. Ma bisogna stare attenti ad avere sempre uno scambio, un confronto con l’esterno, altrimenti si rischia di autocompiacersi troppo facilmente. Qui infatti si fa presto a dare giudizi, e mi riferisco sia ai critici sia al pubblico. Questi giudizi, a volte dati senza cognizione di causa e necessaria competenza, possono decidere del destino di uno spettacolo, per questo non bisognerebbe fermarsi alla dimensione locale».

Spesso però la realtà locale viene adombrata dai cartelloni ufficiali...
«Esatto, salvo la felice eccezione del Dicastero Giovani Eventi ( Home, ndr ), è difficile avere una vetrina più ufficiale attraverso la quale farsi conoscere da un pubblico che esiste: le stagioni ufficiali sono seguite assiduamente. Se in quel contesto venissero inserite anche le realtà locali, queste prenderebbero più piede. Non dovrebbe trattarsi di occasioni eccezionali, dovrebbe essere una regola. Alla fine, ciò che conta è la curiosità, e sarebbe così bello poterla sollecitare nel pubblico locale».

Aspettando Godot
V: «Andiamocene». E: «Non si può». V: «Perché?». E: «Aspettiamo Godot». Due uomini ne attendono un terzo, che non arriva. ‘Aspettando Godot’ è un testo che, come tutta la produzione di Beckett, ha rivoluzionato il teatro a livello formale. Scritta come una commedia, modellata sui suoi meccanismi, in realtà mette in scena la tragedia umana. E: «Troviamo sempre qualcosa, vero, Didi, per darci l’impressione di esistere?».
Perché ha deciso di mettere in scena ‘Aspettando Godot’? «Perché è un sogno che ho nel cassetto da tempo, e con questa pièce sento il bisogno di raccontarmi. Non potrei prescindere dal contatto viscerale che ho con il testo per farlo, per me il teatro è questo. Mi sento vicino al messaggio, alla sostanza che c’è nell’opera».
Parla anche di lei quindi? «Sì, ma anche di noi, del punto in cui siamo oggi, di questa enorme confusione. Non c’è direzione, tutte sono aperte. Dobbiamo parlare per riempire i vuoti e ci inventiamo cosa dire. Questo aspettare qualcosa, qualcuno, è proprio dell’essere umano. Giorno per giorno ci coinvolgiamo in un sistema che a volte non ricordiamo più a cosa porta e se l’abbiamo scelto noi. E ciò che noi siamo convinti di aspettare: sappiamo cos’è? Lo vogliamo veramente? Siamo sicuri che non ci è già passato davanti? È un tema ampio, ognuno si può riconoscere».
 

martedì 28 febbraio 2012

A LuganoIn Scena il Teatro del presente affronta 'La Fine'

Che rapporto intercorre tra una nostra società iper-consumistica e la morte? Babilonia Teatri, la compagnia in scena lunedì scorso al Foce, ha affrontato la questione con lo spettacolo The end (Premio Ubu 2011 'Nuovo testo italiano'). Una drammaturgia dai toni forti, intensa, frasi scandite in monologhi sincopati ci buttano in faccia una realtà: siamo parte di un mondo egoista dove un'umanità performante, non può e non vuole vedere e sentir parlare di morte. Perché la morte puzza, è brutta, non è igienica. Certo, esiste, come lo dimostra il tempo che passa. Ma se l'età che avanza può essere cancellata da volti e corpi con la gomma della chirurgia estetica, lo stesso non si può dire per la morte. Anche se non la si vuol vedere, perché 'cuore non duole se occhio non vede', prima o poi busserà alla porta. Tentante allora l'idea di un boia che disbrighi le scomode faccende per noi, accorci la sofferenza, nasconda il decadimento, e ci faccia svanire soli, magari con un bel colpo di pistola. Insomma, la scintillante società del nuovo millennio che vorrebbe, a conti fatti, un trattamento da far west.
In scena, a scandire queste 'verità', è Valeria Raimondi. L'attrice, in abito paillettes con una pistola nella cintola, è quasi pietrificata e recita i propri versi di una ballata rap mono-tono, nella quale sono facilmente riconoscibili i temi odierni correlati all'idea di morte: accanimento terapeutico, eutanasia e suicidio assistito, ma anche solitudine e vecchiaia. Cornice è una società dei consumi raccontata con la dura schiettezza di una voce che sfida il pubblico, in un crescendo di parole che tengono gli spettatori inchiodati alle loro sedie fattesi improvvisamente scomode. La scenografia d'impatto aiuta nel proprio intento provocatorio la compagnia: sul palcoscenico viene issato un gigantesco crocifisso a mostrarci quel Cristo venuto al mondo per salvarci. Accanto a lui compariranno le teste mozzate di un asinello e un bue. La tematica è forte, ma lo schiaffeggiarla senza sosta al pubblico, senza pudori e intimità, rischia di estremizzare un argomento che non andrebbe degradato al mero ruolo provocatorio e meriterebbe un più delicato approfondimento. Sul finale compare in scena, in braccio alla propria madre, il figlio dell'attrice, un deus ex machina volto a darci speranza mentre in sottofondo risuonano assordanti le note dei Doors. Ma il pubblico è colpito e confuso, non basta l'innocenza di una nuova vita a cancellare quanto ha visto, e a risolvere una delle più spinose questioni del nostro tempo.

mercoledì 8 febbraio 2012

'Racconto d'inverno' a Lugano


Un Racconto d'inverno per narrare della follia amorosa, di donne e uomini e di potere. Tutto questo con la potenza di una tragicommedia esilarante. L'opera di Shakespeare, scritta nel 1611 a cinque anni dalla sua morte, ispirata all'Otello ma con l' happy and che tutti avremmo sognato per Giulietta e Romeo, è in scena al Cittadella di Lugano dal 7 febbraio a questa sera. Prodotto da Teatridithalia, con la regia di Ferdinando Bruni e Elio De Capitani registi-attori del Teatro dell'Elfo di Milano, Racconto d'inverno è una splendida opera sull'amore, giocata da attori di grande talento. La pièce, la meno rappresentata in Italia tra le opere di Shakespeare, snocciola in due atti dal ritmo incalzante una lunga serie di verità incastonate tra quelle splendide metafore e jeux de mots che solo la delicata genialità di Shakespeare sa offrire. Il Racconto è quello di Leonte, re di Sicilia, che viene accecato dalla gelosia nei confronti di sua moglie, la bella e virtuosa Ermione, e del suo migliore amico, il fido Polissene re di Boemia. La gelosia è immotivata, ma Leonte ci trascina con sé nei meandri della sua follia paranoica. Una prima parte tragica quindi, che vede la sparizione via via di diversi personaggi e l'isolamento progressivo del re, che pentito rimane solo con Paulina, amica della moglie persa. Ma chiude l'atto la speranza della vita che continua, in una splendida immagine con la neve di Boemia contro il mare mosso, e la principessa Perdita, la neonata di Ermione ripudiata da Leonte, salvata. Accanto alla perdita di razionalità maschile però, si fa largo una forza e lucidità femminile, rivoluzionaria per i tempi in cui la pièce fu scritta. Shakespeare, sapiente maestro delle passioni umane, confuta i pregiudizi misogini dell'epoca dotando le sue protagoniste di solidità e coraggio. Facendo questo orna le sue principesse di quell'arguzia, ironia e sfrontatezze di cui solitamente vestivano le sue popolane. Il secondo atto dello spettacolo, più comico, si svolge in Boemia, luogo esotico non ben precisato dove i toni cupi della prima parte lasciano spazio a colori, dialetti, feste e farse. Dove il tempo, anche se sappiamo che sono passati 16 anni, non è più definito, dove accanto al re c'è un venditore ambulante, dove un principe (Florizel, figlio di Polissene), si innamora della bellissima figlia di una trattora (quella Perdita ritrovata) ed è pronto a rinunciare al suo lignaggio per il amore.
In Racconto d'inverno ci sono tutti gli ingredienti per un grande spettacolo, dalla bravura degli attori, sopra tutti il Leonte di Ferdinando Bruni, alla coraggiosa messa in scena con elementi ogni epoca e luogo, in un testo estremamente moderno.

lunedì 19 dicembre 2011

su il sipario! di Valentina Grignoli
‘Sagra’, il sacrificio alla primavera si fa danza creativa con il Progetto Brockenhaus

da 'LaRegioneTicino' del 19 dicembre 2011
"Il mistero dell’improvviso sorgere del potere creatore della primavera. Non c’è storia...". La citazione è di André Boucourechliev, da Stravinsky,e la leggiamo sul retro del programma di scena di Sagra , presentato da Progetto Brockenhaus sabato sera allo Studio Foce (nel programma di Home ). In scena un mistero, più misteri, la creazione incalzante, e un ritmo, una composizione, che ci condurranno, senza storia apparente e in crescente tensione, alla sfrenata danza di un finale vorticante.
Progetto Brockenhaus, gruppo di teatro di movimento formatasi nel 2008 da sei danzatori-attori, si è ispirato per Sagra all’opera di Stravinsky, quel Sacre du Printemps che il 29 maggio del 1913 scandalizzò Parigi. Le testimonianze scritte del debutto con le coreografie di Nijinsky, i diari dello stesso contestato coreografo (al quale peraltro fu attribuita parte della responsabilità del fiasco), ma in primis la musica stessa, fanno da motore alla creazione di questo prezioso spettacolo.
 
La compagnia, affascinata dal leggendario scandalo in occasione del debutto dell’opera musicale, ha voluto «restituire una propria rilettura di gesti e sensazioni che la messa in scena provocò in tale occasione», e allora saranno rappresentati a turno e in una danza continua i ballerini, il coreografo, il direttore di scena. Sul palco dello Studio Foce non viene messo in scena il rituale stesso della Sagra che aveva ispirato Stravinsky, quel rito sacrificale pagano nella Russia antica all’inizio della primavera, nel quale un’adolescente veniva scelta per ballare fino alla morte con lo scopo di propiziarsi la benevolenza degli dei in vista della nuova stagione, ma ne risentiamo continuamente l’eco. Grazie alla musica, che appare e scompare e ci tiene sospesi, e grazie soprattutto alla danza dei quattro attori, che con grazia e potenza ci riportano dalla dimensione primitiva del rituale alla frenetica forza di un ritmo devastante.

Un regista visionario dirige la scena con un megafono, dando forma alle proprie visioni. E allora uomini in completo con maschere di scimpanzé – contemporanei King Kong –, iniziano una danza sotto il suo sguardo trasognato e attento, interrotti poi da una provocante Marilyn Monroe che dirompe con la sua femminilità sul palco, e continuamente la figura di Pier Paolo Pasolini che torna sulla scena. 

Il nostro immaginario creativo contemporaneo incontra così le parole di Nijinsky in uno spazio scenico che vuole sottolineare, nell’intento della compagnia, 
come sia facile farsi « fagocitare dalla vita nel tentativo di realizzare le proprie idee ».
Uno spettacolo performance, Sagra , una danza che mette in scena la grande bravura dei ballerini-performer e che cattura lo spettatore. 
Un evento speciale che merita un grande applauso, perché è un piacere poter assistere a rappresentazioni di qualità, dall’ideazione, alla creazione.
Il Ticino è un terreno fertile, molte sono le creazioni, parecchie le compagnie, ma spesso c’è confusione d’intenti, e diversi sono i livelli delle rappresentazioni in cartellone. Progetto Brockenhaus è una preziosa realtà che qui spicca per la serietà di un lavoro innovativo e di ottimo livello.

sabato 15 ottobre 2011

happy days - giorni felici a Lugano

Dopo tanto silenzio, il teatro torna a farmi parlare.

Da 'La Regione Ticino' del 15 ottobre 2011

Giorni felici con il nostro teatro
Il debutto del TeatroX apre al Foce ‘Home’, spazio per le compagnie della Svizzera italiana
di Valentina Grignoli



«Un altro giorno divino», esclama Winnie. La tragica eroina di Happy Days , abbassa poi la testa, guarda di fronte a sé, giunge le mani sul petto, chiude gli occhi e si dedica a una silenziosa preghiera «in amor di Gesù Cristo».
Questo l’inizio di una delle opere più discusse di Samuel Beckett e al contempo più rappresentative del suo pensiero. In Happy Days il drammaturgo irlandese mette in scena la semplice e terrificante situazione di una donna di 50 anni, Winnie, interrata nella sabbia prima fino alla vita e poi fino al collo. La donna sembra non accorgersi dell’incresciosa situazione in cui si trova, e continua ‘a recitare’ la vita di tutti i giorni, riempiendola con un chiacchiericcio senza senso che non riceve risposta da parte del marito, Willie. Un dramma borghese, incarnato da due personaggi altrettanto borghesi, sviscerato e svuotato però delle sue componenti significative per mettere in evidenza la cruda realtà di un ostinato attaccamento alla vita, perfino nelle condizioni più estreme.

L’opera di Beckett è stata rappresentata ieri sera al Teatro Foce di Lugano dalla compagnia di Lugano Gandria TeatroX, con Patrizia Barbuiani, nel ruolo di Winnie, e Gabriele Marangoni in quello di Willie (un debutto seguito dalle repliche di stasera e domani alle 20.30). L’opera ha aperto la rassegna Home dedicata interamente alle compagnie, come dice il nome, di casa nostra.
Patrizia Barbuiani, che abbiamo incontrato, a ridosso del palcoscenico, a poche ore dalla prima, ci parla del suo GiorniFelici - HappyDays . La scena è inequivocabile: al posto della distesa d’erba inaridita e del montarucco di sabbia, richieste nelle note di regia beckettiane, troneggia un gigantesco ed emblematico vestito da sposa che imprigionerà la nostra eroina. La Barbuiani aderisce infatti, e ne fa Leitmotiv dello spettacolo, alla teoria di Annamaria Cascetta (professore ordinario in Discipline dello spettacolo), secondo la quale esiste un nesso tra la creazione dell’opera da parte di Beckett nel 1961 e il suo matrimonio di convenienza, avvenuto lo stesso anno con la sua ormai ventennale compagna Suzanne Descheveaux Dusmenil.



«Questo, la coincidenza tra i due accadimenti, è stato il punto di partenza per rivedere lo spettacolo in sé, entrare da una porta particolare». Ci spiega l’attrice Barbuiani, che continua: « Ho trasformato la scena creando l’emblema del matrimonio attraverso il vestito, che si riallaccia però alle direttive di regia: sull’abito stesso ci sono i fiori e l’erba ».
E il testo? « Rimane identico. La sola cosa che abbiamo aggiunto è la musica, creata appositamente ed eseguita dal vivo da Gabriele Marangoni ».
La regista ha deciso di trattare uno dei molteplici aspetti di Happy Days , la situazione di una donna cinquantenne imprigionata nella relazione con il marito Willie. L’opera però si presta anche ad altre tematiche, forse legate più al testo stesso e allo svuotamento di senso del dramma, oppure alla tragicità di una donna che non si rende conto della sua situazione e continua a vedere ‘felici’ i propri giorni... «Infatti, la figura in sé della protagonista e questo suo modo di essere, la sua grande paura del silenzio, lo stato di alienazione vengono riempiti con le parole, con le azioni ripetitive, per non guardare in faccia una realtà e una verità piuttosto scomode ».

Una critica alla vita matrimoniale quindi? « Ci sono molti aspetti toccati da Beckett che fanno parte della vita di una donna, quando arriva a cinquant’anni, e sul tipo di rapporto fra uomo e donna. Nella figura del marito che c’è, ma è come se non ci fosse, per esempio. È un testo fantastico perché ha molte chiavi di lettura ».
Winnie però non perde la fiducia, guarda verso il cielo, ponendo ogni sua speranza in quella 'grazia divina' che così facilmente consola.
Questo dunque lo spettacolo che apre la rassegna Home, promossa dal Dicastero Giovani ed Eventi, che da anni collabora attivamente con le compagnie della Svizzera italiana e che ne vuole mettere in evidenza, per questa stagione 2011/2012, le nuove creazioni. Le 12 compagnie teatrali sono state fotografate da Jacek Pulawski, acuto esecutore di ritratti per il lancio della rassegna, lancio che è stato curato graficamente da Damiano Merzari.
Home, perché il palcoscenico dello studio Foce è quello di casa, per radicare il nesso evidente che lo spazio ha con il territorio e mostrare la valida presenza creativa di chi, in Ticino, si esprime con qualità attraverso il teatro e la musica. Per non ritrovarci, come la Winnie di Beckett, a dire: «Eh, sì, così poco da dire, così poco da fare, e una tale paura, certi giorni, di trovarsi… con delle ore davanti a sé, prima del campanello del sonno, e più niente da dire, più niente da fare, che i giorni passano, certi giorni passano, passano e vanno, senza che si sia detto niente, o quasi, senza che si sia fatto niente, o quasi».