da 'Azione' del 30.4.2012
Ricerca artistica, storie da raccontare e provocazioni trovano
spazio sui muri di edifici, nella legalità. Un’iniziativa di Lugano per
valorizzare la creatività giovanile.
Le domande non servono più: a poco a poco la città risponde da sola. Lugano ha deciso infatti di concedere diversi spazi a giovani artisti che si dedicano a graffiti e stencil (maschere normografiche), promuovendo questo tipo di arte – che come tutte le nuove correnti artistiche ha bisogno di correre sui binari secondari appartati prima di poter essere definita tale – e incoraggiando i giovani alla creazione. Il progetto si chiama Arte Urbana Lugano.
Ho approfittato della pausa pranzo dell’artista, un trancio di pizza che lo ha fatto scendere dall’impalcatura, per chiedergli come avesse cominciato a fare quel lavoro.
«Facevo graffiti quando stavo a Foggia, dove il limite tra legale e illegale è molto sottile. Non si trattava di farli in clandestinità, li facevamo e basta. Poi ho smesso, sono andato a Roma a studiare arte, e ho iniziato a fare tele, incisioni, illustrazioni. Ma sono poi tornato al muro, con tutto quello che di nuovo sapevo fare».
La facciata di via Lavizzari non è l’unica ad essere scampata a un grigio destino urbano. C’è il tunnel di Besso, che sarà ricoperto dalle opere di giovani artisti del nostro territorio, e prossimamente anche il muro sul fiume di fronte allo Studio Foce. Anche queste iniziative sono promosse da Arte Urbana Lugano. Valeria Donnarumma, Giacomo Grandini e Natalie Soldini confermano la mia idea a proposito della tendenza attuale: «A Lugano abbiamo grandi musei e gallerie, ma nessuno si occupa dei giovani, che spesso devono andare via per trovare spazio. Noi li facciamo lavorare. La street art è la tendenza artistica del momento, ed è giusto mettere Lugano a livello delle altre città». Mi chiedo nuovamente però, se offrendo degli spazi appositi non si snaturi il principio stesso, provocatorio, della street art. Per i tre responsabili di Arte Urbana Lugano questo «dipende. Certo, c’è chi lavora in modo provocatorio e stuzzica situazioni che noi non possiamo alimentare come Città. Ma è giusto comunque che l’artista sia libero di provocare, è anche il suo scopo. La maggior parte dei movimenti d’arte in fondo nasce in maniera sovversiva e si istituzionalizza in seguito, e non per questo perde di valore. Si impara a nascondere la provocazione tra le righe, quando si è meno liberi. Rimane un commento sociale, senza bisogno di ricorrere necessariamente all’illegalità». E chissà se in questa città ci sono writer che chiedono il permesso, per pitturare le pareti. «Arrivano diversi progetti. Parte dei lavori che abbiamo realizzato nascono da proposte spontanee. Noi diamo spazio, ma è importante che questo sia riempito in maniera artistica: ci deve essere qualcosa da dire. Questo significa anche spingere i ragazzi a dire attraverso l’arte qualcosa di concreto, un messaggio».
Quando l’arte si fa urbana, e la città diventa artistica, le pareti si dipingono. Ricerca artistica, storie da raccontare, messaggi da comunicare, slogan e provocazioni trovano spazio sui muri della legalità.
