sabato 31 marzo 2012

il cinema d'autore nel web - ogni giovedì

da 'La Regione' del 31.3.2011


«Andiamo. Sì Andiamo. (Non si muovono)» . L’attualità del celebre finale di Beckett quando si parla di giovani che non hanno il coraggio, di partire, di andare, restando imprigionati in una statica atmosfera di indecisione e paura. È con questa citazione che si apre la ‘webseries’ Bymyside (online da giovedì 29 marzo il primo episodio su Youtube) che, con un linguaggio innovativo e di qualità, ci racconta la storia di tre trentenni che devono fare i conti con la sparizione del cantante del loro gruppo rock.


Passano le nottate appoggiati all’entrata di un grande supermercato di periferia, tra birre, skate, recriminazioni e domande. Lo sguardo della camera è fisso sulle vite di questi tre amici, senza retorica, senza presa di parte, senza mutamenti, come le luci.
Saranno loro, Teo (Pier Luigi Pasino), Bozo (Jacopo Bicocchi) e Sparo (Matteo Alfonso, che in Ticino ha iniziato a collaborare con Cambusa Teatro di Locarno), che a poco a poco faranno emergere la loro voglia di riscatto, o rispettivamente il vuoto dal quale si sentono invasi, svelando anche il mistero legato alla scomparsa di Flippo.


Il film è stato prodotto, diretto e co-sceneggiato da Flavio Parenti (nel ruolo di Flippo), attore italiano emergente che vedremo prossimamente sul grande schermo nel nuovo film di Woody Allen, To Rome with love . Abbiamo intervistato il regista di Bymyside incuriositi dal fenomeno di questa ‘webseries’ che, in un mese dal suo annuncio sulla rete attraverso i social network e il sito ufficiale, conta già migliaia di fan. Questo grazie anche alla comunicazione creata attorno all'evento, volta a alimentare continuamente l’aspettativa per un prodotto di qualità (dagli attori al montaggio) distribuito in maniera assolutamente non elitaria.

Come nasce questo progetto?
«Nasce da una realtà che ha vissuto l’autore, Pier Luigi Pasino. Ha radicato in sé quella sensazione e ha poi scritto il testo, inizialmente per il teatro. C’era una bella necessità, voglia di raccontare quella staticità. Insieme abbiamo co-sceneggiato la stesura cinematografica».

Quello che colpisce è soprattutto l’atmosfera...
«Sì, si entra a poco a poco nell’umanità dei personaggi. Soprattutto si tenta di scavare a fondo i motivi per spiegare quello che è successo. È profondo. E questa profondità si fonde in uno strano connubio con un meccanismo di fruizione in pillole, veloce, superficiale».

È questo che piace del vostro progetto. La gente che fruisce dei prodotti veloci di Internet non per forza è alla ricerca di prodotti superficiali, anzi.
«Sono d’accordo. Siamo a un bivio. Il virale è quanto di più visto, tutti si sono spinti in una fruizione usa e getta, che funziona, ma quanto hai fatto non serve poi all’umanità. Siamo in un momento in cui possiamo ancora mostrare che si può fare anche dell’altro attraverso la rete. Se il nostro esperimento piace, si creerà forse un nuovo ramo di Internet, fatto di contenuti anziché viralità. Penso che sia fondamentale per non trovarsi tra vent’anni unicamente con del marketing senza la narrazione, niente catarsi e solo vendita».

Questo è un anno particolarmente produttivo anche per la tua professione d’attore...
«Ciò che sto facendo adesso, Un matrimonio di Pupi Avati, è una delle esperienze più belle. Passo dall’essere ventenne a settantacinquenne, e attraverso tutte le fasi della vita.
Ma in fondo tutte le esperienze hanno qualcosa. Dipende anche da quanto tu sia aperto in quel momento e predisposto ad accettarle. Lavorare con Tilda Swinton ( Io sono l’amore di Luca Guadagnino) piuttosto che con Murray Abraham e Peter Greenway ( Goltzius and the Pelican Company ) o Woody Allen, sono tutte esperienze strepitose».

E com’è stato lavorare con questi due grandi registi?
«Greenway è molto gentile. Lo incontri alle otto di mattina, alle tre di notte o a mezzogiorno ed è sempre uguale. Una specie di costante, la stessa energia. Ma quando lavori sei in un caos creativo impressionante. Lavorare con Woody Allen è meraviglioso, non è solo un grande regista, ma un inventore, un autore strepitoso. Recitare con lui, avere degli scambi di battute, è stato incredibile».
E per tornare al mondo che Flavio Parenti ha creato attraverso Bymyside , la voglia di andare e la paura di restare sono on line. Un cinema d’autore in tredici episodi che racconta lo smarrimento e l’anima rock della nostra generazione. «Te ne vuoi andare? Dove? Non lo so, dove mi fanno fare quel che ho voglia di fare. E che cosa hai voglia di fare? Qualcosa che mi fa star bene».

venerdì 16 marzo 2012

Teatro: artigianato e umiltà - Teatro d'Emergenza

Che il teatro sia anche artigianato, e quindi sapiente utilizzo del proprio corpo per far vivere i personaggi ed emozionare il pubblico, è un concetto che oggi spesso viene dimenticato. Ma l’idea di un teatro riportato a sé aveva già rivoluzionato gli inizi del Novecento. Gli attori iniziavano allora a essere considerati, dal celebre teorico Gordon Craig in poi, abili maestri dello strumento più importante che avevano, il corpo, dai cui gesti scaturiva la parola.
Questo si definiva artigianato teatrale: tornare ai propri, semplici, strumenti e reimparare a usarli. Nel panorama scenico odierno, purtroppo, sempre più raramente si incontrano attori che hanno l’umiltà di definirsi ancora artigiani del proprio mestiere. Tra questi pochi ci sono Luca Spadaro e Massimiliano Zampetti, 19 anni di lavoro in comune e in continua ricerca, e 23 spettacoli all’attivo come Teatro d’Emergenza.
« Max e io abbiamo sempre avuto una visione molto artigianale di questo mestiere – ci racconta il regista Luca Spadaro –, non so se ogni tanto abbiamo avuto la benedizione divina di fare arte. Noi partiamo facendo dell’artigianato, solido, ben fatto, con la cura del dettaglio. Se si trasforma in arte, bene, altrimenti sarà comunque stato utile ». Abbiamo incontrato la compagnia Teatro d’Emergenza, in scena da stasera al 18 marzo al Foce con Il custode di Pinter (foto), che ci ha fatto partecipe della propria personale visione della scena luganese; scena che per i due attori ha rappresentato agli esordi anche un percorso di formazione
« Abbiamo iniziato lavorando con Coco Leonardi – continua Spadaro –. Negli anni Novanta non c’era tutta quell’enfasi di apparire, andare a tutti i costi su un palco. O facevi l’accademia, o facevi esperienza, e quest’ultima te la guadagnavi. C’era l’umiltà di farla senza essere professionisti. Eravamo ragazzi che stavano provando in piccolo, e accanto avevamo la possibilità di lavorare per le compagnie luganesi, che all’epoca erano poche, ma soprattutto stupende con noi ragazzi. Il Teatro Pan, delle Radici e Sunil: ci offrivano gli spazi, i consigli, e la possibilità di fare i diversi lavori attorno al teatro (attrezzista, aiuto luci, aiuto fonico). Questa è stata parte della nostra formazione. Facendo i nostri esperimenti, tra di noi, e con l’aiuto delle persone di allora: Vania Luraschi, Daniele Finzi Pasca, Cristina Castrillo, che erano adorabili, generosi. Oggi la situazione è cambiata, ci sono più attori che spettatori, e un altro modo di approcciarsi a quest’arte ».
In che senso? «Oggi tutti vogliono salire sul palco, non importa come e con quale esperienza. Noi cerchiamo di far capire che per essere attori non basta fare un corso serale, bisogna lavorare! Si vuol provare a tutti i costi l’emozione di andare in scena. Ma l’emozione va data al pubblico, non a se stessi».
La differenza tra amatorialità e professionalità sta proprio in questo lavoro... «Una volta era molto marcata questa differenza. Noi abbiamo continuato a non definirci professionisti molto dopo aver iniziato a ricevere finanziamenti. Oggi si perdono anche la qualità e la richiesta del pubblico, che ormai si adatta a tutto. C’è dispersione, non si sa più giudicare buoni o meno gli spettacoli, a volte sembra che tutto qui sia meraviglioso. Ma io questa gran meraviglia non la vedo sempre».
La meraviglia di uno strumento artigianale, il corpo dell’attore, che se usato con cura e dovizia non smetterà mai di emozionare il proprio pubblico, forse più di declami e scintille.

Il custode
«In Pinter i personaggi potrebbero essere fotografie scattate la mattina in una qualunque città, appoggiate su un palcoscenico la sera e lasciate lì a deformarsi sotto la luce dei riflettori». Così anche i tre protagonisti della pièce ‘Il custode’, dramma del 1960 di Harold Pinter.
Max Zampetti, nel ruolo di Davis, ci racconta lo spettacolo, dove il vecchietto che rappresenta si affida alle cure di un uomo più giovane, Aston (recitato da Silvia Pietta, una donna, volta a creare lo straniamento voluto dal regista per la messa in scena), che lo salva da una rissa. Più tardi sopraggiungerà il violento fratello maggiore Mike (Mirko D’Urso), al quale nonostante le aggressioni Davis chiederà protezione.
«La sintesi dello spettacolo è che troppo spesso ci mettiamo nelle mani di persone violente, che riteniamo ci possano proteggere perché più forti, ma non forzatamente più generose. Pinter è lucidissimo nella scrittura, crea una drammaturgia dove tutti gli elementi sono presenti. Un drammaturgo attore, chiarissimo nella sua complessità. È un nostro autore guida, studiato da anni, ma mai messo in scena. Questo suo testo nasconde un forte discorso politico: ci svela come siamo, con aggraziata ironia».
 
 

giovedì 8 marzo 2012

L'attesa del teatro ticinese - e.s. teatro

 Il Cortile è uno di quegli spazi nati negli ultimi anni nel nostro cantone, creati da persone che sentono la necessità di portare avanti un proprio discorso artistico indipendente. Si tratta di luoghi solitamente ai margini della città, ai margini di una proposta artistica ufficiale, tra centralità e periferia, tra mondanità e arte popolare.
Questo piccolo teatro, creato a partire da un magazzino a Viganello nel 2006 da Emanuele Santoro, è uno spazio artistico dove e.s.Teatro prova e mette in scena i suoi spettacoli, ha una scuola per ‘microattori’ e ospita rassegne locali. Abbiamo incontrato il fondatore di e.s.Teatro, proprio al Cortile, per conoscere meglio lui, il suo lavoro e la sua ultima produzione, Aspettando Godot , in scena da domani (venerdì) all’11 marzo al Foce di Lugano.

Chi è e.s.Teatro? «e.s. Teatro nasce nel 2003 come bisogno di cominciare a parlare una mia lingua, fare delle cose mie, tant’è vero che il nome della compagnia porta le mie iniziali! Ho debuttato con un adattamento del Caligola di Camus, e da lì ho proposto una produzione all’anno toccando parecchi classici. Questi parlano continuamente di noi, anche a distanza di secoli, e al contempo danno al regista la possibilità di proporre interpretazioni personali. Da qui nascono le varie riduzioni e adattamenti particolari, dal repertorio strettamente shakespeariano a Cervantes e poi Dostoevskij. Da qualche anno affronto il teatro dell’assurdo e quello contemporaneo, mettendo in scena autori italiani ancora poco rappresentati nel loro Paese, parlo di Edoardo Erba e Spiro Scimone».

Cosa vuol dire lavorare in un territorio come quello ticinese? «Noi viviamo in una terra strana, un crocevia, e la maggior parte delle compagnie alla fine se ne va. Inoltre, c’è poca sinergia, poca collaborazione. Stiamo parlando di un fazzoletto di terra, grande quanto un quartiere di Milano, che nonostante riunisca una quantità incredibile di proposte, queste non riescono a unire le forze. La realtà ticinese è variegata, si va dalla clownerie al teatro di narrazione, passando per il teatro di prosa e di parola, per approdare al teatro sperimentale. Questo potrebbe essere una forza, se visto in un contesto generale. Ma noi, che vi siamo dentro, ci sfioriamo e non ci tocchiamo mai».

Come valuta la qualità del teatro ticinese? «Vi sono lavori molto interessanti. Ma bisogna stare attenti ad avere sempre uno scambio, un confronto con l’esterno, altrimenti si rischia di autocompiacersi troppo facilmente. Qui infatti si fa presto a dare giudizi, e mi riferisco sia ai critici sia al pubblico. Questi giudizi, a volte dati senza cognizione di causa e necessaria competenza, possono decidere del destino di uno spettacolo, per questo non bisognerebbe fermarsi alla dimensione locale».

Spesso però la realtà locale viene adombrata dai cartelloni ufficiali...
«Esatto, salvo la felice eccezione del Dicastero Giovani Eventi ( Home, ndr ), è difficile avere una vetrina più ufficiale attraverso la quale farsi conoscere da un pubblico che esiste: le stagioni ufficiali sono seguite assiduamente. Se in quel contesto venissero inserite anche le realtà locali, queste prenderebbero più piede. Non dovrebbe trattarsi di occasioni eccezionali, dovrebbe essere una regola. Alla fine, ciò che conta è la curiosità, e sarebbe così bello poterla sollecitare nel pubblico locale».

Aspettando Godot
V: «Andiamocene». E: «Non si può». V: «Perché?». E: «Aspettiamo Godot». Due uomini ne attendono un terzo, che non arriva. ‘Aspettando Godot’ è un testo che, come tutta la produzione di Beckett, ha rivoluzionato il teatro a livello formale. Scritta come una commedia, modellata sui suoi meccanismi, in realtà mette in scena la tragedia umana. E: «Troviamo sempre qualcosa, vero, Didi, per darci l’impressione di esistere?».
Perché ha deciso di mettere in scena ‘Aspettando Godot’? «Perché è un sogno che ho nel cassetto da tempo, e con questa pièce sento il bisogno di raccontarmi. Non potrei prescindere dal contatto viscerale che ho con il testo per farlo, per me il teatro è questo. Mi sento vicino al messaggio, alla sostanza che c’è nell’opera».
Parla anche di lei quindi? «Sì, ma anche di noi, del punto in cui siamo oggi, di questa enorme confusione. Non c’è direzione, tutte sono aperte. Dobbiamo parlare per riempire i vuoti e ci inventiamo cosa dire. Questo aspettare qualcosa, qualcuno, è proprio dell’essere umano. Giorno per giorno ci coinvolgiamo in un sistema che a volte non ricordiamo più a cosa porta e se l’abbiamo scelto noi. E ciò che noi siamo convinti di aspettare: sappiamo cos’è? Lo vogliamo veramente? Siamo sicuri che non ci è già passato davanti? È un tema ampio, ognuno si può riconoscere».
 

martedì 28 febbraio 2012

A LuganoIn Scena il Teatro del presente affronta 'La Fine'

Che rapporto intercorre tra una nostra società iper-consumistica e la morte? Babilonia Teatri, la compagnia in scena lunedì scorso al Foce, ha affrontato la questione con lo spettacolo The end (Premio Ubu 2011 'Nuovo testo italiano'). Una drammaturgia dai toni forti, intensa, frasi scandite in monologhi sincopati ci buttano in faccia una realtà: siamo parte di un mondo egoista dove un'umanità performante, non può e non vuole vedere e sentir parlare di morte. Perché la morte puzza, è brutta, non è igienica. Certo, esiste, come lo dimostra il tempo che passa. Ma se l'età che avanza può essere cancellata da volti e corpi con la gomma della chirurgia estetica, lo stesso non si può dire per la morte. Anche se non la si vuol vedere, perché 'cuore non duole se occhio non vede', prima o poi busserà alla porta. Tentante allora l'idea di un boia che disbrighi le scomode faccende per noi, accorci la sofferenza, nasconda il decadimento, e ci faccia svanire soli, magari con un bel colpo di pistola. Insomma, la scintillante società del nuovo millennio che vorrebbe, a conti fatti, un trattamento da far west.
In scena, a scandire queste 'verità', è Valeria Raimondi. L'attrice, in abito paillettes con una pistola nella cintola, è quasi pietrificata e recita i propri versi di una ballata rap mono-tono, nella quale sono facilmente riconoscibili i temi odierni correlati all'idea di morte: accanimento terapeutico, eutanasia e suicidio assistito, ma anche solitudine e vecchiaia. Cornice è una società dei consumi raccontata con la dura schiettezza di una voce che sfida il pubblico, in un crescendo di parole che tengono gli spettatori inchiodati alle loro sedie fattesi improvvisamente scomode. La scenografia d'impatto aiuta nel proprio intento provocatorio la compagnia: sul palcoscenico viene issato un gigantesco crocifisso a mostrarci quel Cristo venuto al mondo per salvarci. Accanto a lui compariranno le teste mozzate di un asinello e un bue. La tematica è forte, ma lo schiaffeggiarla senza sosta al pubblico, senza pudori e intimità, rischia di estremizzare un argomento che non andrebbe degradato al mero ruolo provocatorio e meriterebbe un più delicato approfondimento. Sul finale compare in scena, in braccio alla propria madre, il figlio dell'attrice, un deus ex machina volto a darci speranza mentre in sottofondo risuonano assordanti le note dei Doors. Ma il pubblico è colpito e confuso, non basta l'innocenza di una nuova vita a cancellare quanto ha visto, e a risolvere una delle più spinose questioni del nostro tempo.

giovedì 23 febbraio 2012

di pancia, di cuore... da ridere

da 'La Regione Ticino' del 23 febbraio 2012

‘‘Il riso ha in sé qualcosa di rivoluzionario’’, diceva il filosofo russo Alexander Herzen. E lo sa bene Chiara Pelossi-Angelucci, l’autrice de Di pancia, di cuore... da ridere , che in poco più di un mese è riuscita a vendere duemila copie del suo romanzo autoprodotto, diventando un piccolo caso editoriale in Ticino. Lo sa perché questo libro, che fa tanto ridere, ha avuto un buonissimo successo di pubblico (quarto in classifica nelle librerie ticinesi), e lo sa perché, grazie a questo libro, anche lei si è «rivoluzionata».
La scrittrice locarnese si porta infatti sulle spalle una storia «mica da ridere» , che è riuscita a superare proprio grazie alla scrittura e all’effetto benefico che le storie da lei raccontate hanno avuto su di sé.

Chiara ha due bambini e un marito, è una mamma e moglie felice. La figlia più piccola però, Anna, è nata con una grave malformazione all’esofago. Una malattia che ha profondamente sconvolto l’esistenza tranquilla della famiglia, ma che ha anche fatto scoprire a Chiara di avere dentro di sé una forza più grande di quanto immaginasse: lei e suo marito hanno preso di petto la situazione, e hanno reagito. Tutta l’energia che si può mettere in un’impresa del genere però, vivendo per l’altro prima che per se stessi, dopo due anni è andata affievolendosi, e quando Anna iniziava a stare meglio, Chiara ha cominciato a subire un normalissimo contraccolpo. E allora, in un periodo dove il panico la faceva da padrone e dove persino andare a prender la posta poteva rappresentare una difficoltà, l’autrice ha iniziato a sentire il sano bisogno di... ridere! Ha iniziato così a leggere solo libri divertenti, nutrendosi al contempo di film comici, finché un giorno ha deciso, esaurita la riserva di pellicole e pagine, di iniziare a scrivere lei stessa qualcosa che la facesse divertire, «perché andarlo a cercare quando lo posso fare io?» .

È iniziata così l’avventura Di pancia, di cuore... da ridere , un libro che effettivamente permette di lasciarsi andare alle emozioni della pancia e alle farfalle, al cuore. Una mezz’ora al giorno solo per sé, scrivendo: così Chiara comincia a dar vita a Lina, piccola eroina dei giorni nostri. Leggere le sue avventure è come passare una serata in compagnia delle proprie amiche di sempre ascoltando confidenze, a volte ridicole, a volte scabrose, a volte commoventi, a volte scioccanti, appassionarsi per la vita di qualcuno che sentiamo improvvisamente così simile a noi. Si ride con la consapevolezza di una profondità nascosta tra le pagine che però ci mantiene leggeri, perché i messaggi, anche quelli tosti, li si può accogliere anche con la dovuta levità d’animo.

Comicità e autoironia, armi essenziali per una ragazza di 24 anni come Lina che affronta il mondo d’oggi. Un mondo confuso e con esempi e valori apparentemente allo sbaraglio, da ricercare, per scoprire che in realtà sono proprio là dove si dovevano trovare. Un mondo dove le piccole crisi di panico – e chi non le ha ormai? – sono all’ordine del giorno, dove avere dei genitori completamente normali è un’utopia, dove la spiritualità è a un congresso new age come dalla cartomante all’angolo, ma anche in un campo nomadi; dove l’amore è ancora possibile, sempre; dove l’amicizia vince, gli anziani sono amanti passionali e i figli più seri di quanto si creda. Lina è una ragazza che seguiamo per un istante relativamente breve, due settimane durante le quali prende delle decisioni importanti e inizia a munirsi di alcuni strumenti che le permetteranno di capire un po’ meglio la propria vita, e quella di chi la circonda. Una sorta di mini bildungsroman contemporaneo e condensato, scritto con destrezza e semplicità. A contrastare i due anni fuori dall’ordinario di Chiara Pelossi, due settimane di vita quotidiana di Lina. A contrastare il pianto, le risa in una di quelle storie che vorremmo sentire di continuo. L’autrice ha trovato il modo per sopravvivere in un periodo buio, e della sua dolce forza coinvolgente fa partecipi tutti, ma proprio tutti. Dando un’occhiata al suo sito Internet si possono cogliere i commenti entusiasti dei più svariati lettori: dal docente alla libraia, dalla casalinga allo scrittore, dall’informatico alla bisnonna, tutti affermano di aver divorato il libro, sia chi lo fa per professione sia chi non legge mai.

No, « non è facile scrivere qualcosa di comico e ridicolo quando la vita va proprio all’opposto », afferma l’autrice, ma forse è proprio questo che fa, il miracolo del riso.

Di pancia, di cuore... da ridere è edito da autorinediti e il 10 per cento del ricavato è devoluto in beneficenza all’associazione Alessia di Vernate, che si occupa di aiutare i bambini ammalati e le loro famiglie.

mercoledì 8 febbraio 2012

‘I fisici’, lo spettacolo di Dürrenmatt all’Agorà di Magliaso

di Valentina Grignoli, La Regione dell'8 febbraio 2012


Sono passati quasi cinquant’anni (l’anniversario cade il 21 febbraio) dalla prima di Die Physiker a Zurigo, le dinamiche mondiali sono cambiate, ma l’attualità dell’opera di Friedrich Dürrenmatt è intatta. È vero infatti che se a modificarsi sono gli assetti e gli equilibri di potere del nostro globo, lo stesso non vale per quei concetti fondamentali che stanno alla base di potere, genio e libertà.
I fisici è una tra le pièce più famose del drammaturgo svizzero, scritta a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta, quando la seconda guerra mondiale era ancora un fresco ricordo e la guerra fredda, gli esperimenti sulle fissioni nucleari, erano la realtà. Una ‘commedia nera’, dove il pessimismo di fondo si unisce all’umorismo, al sarcasmo e al cinismo in un grottesco sempre più spettacolare, attraverso la quale l’autore vuole denunciare le tragiche conseguenze delle scoperte scientifiche (il riferimento alla guerra atomica è subito evidente), l’abuso di potere sulle menti geniali e la responsabilità degli scienziati nella divulgazione delle proprie scoperte. Ma rimane una commedia, perché, come diceva bene Ionesco ‘ Il comico, occhiata diretta nell’assurdo, contiene più disperazione del tragico ’.

I fisici è in scena, rivisitata, sino al 12 febbraio all’Agorà Teatro, con la sapiente regia di Claudio Orlandini, marchio di fabbrica di questa piccola ma fertile realtà a Magliaso. Una rappresentazione che conferma il lavoro di qualità dell’associazione culturale fondata dallo stesso regista e da Marzio Paioni. Gli attori de I fisici sono freschi della formazione di Agorà Teatro, e si intravede nella loro recitazione quel lavoro di ricerca sull’espressività umana insito in ogni attore, che contraddistingue il percorso artistico di questa scuola (sorta di ‘satellite’ ticinese di Quelli di Grock di Milano). Un lavoro che rende pienamente omaggio al capolavoro di Dürrenmatt, dove il grottesco è sempre presente in tutte le sue variazioni.

Nello spazio angusto di Magliaso, che vuole ricostruire (e ci riesce) le stanze della casa di curamanicomio Les Cérisiers, vediamo alternarsi i cinque attori in quasi tutti i ruoli della pièce:
incontriamo Möbius, il fisico svizzero che finge di vedere e colloquiare con Re Salomone per salvaguardare le sue scoperte scientifiche; Beutler, detto Newton ma in realtà Kilton, ed Ernesti, detto Einstein ma in realtà Eisler, due fisici di potenze contrapposte che vogliono sottrarre il lavoro di Möbius.

Con loro la luciferina direttrice della clinica, la signorina Mathilde von Zahnd, unica erede ancora sana (a suo dire) di un’antica e nobile stirpe, che ha maniacali mire egemoniche; le sue belle infermiere, l’agente di polizia e l’altro personale ausiliario.
Punto di partenza l’omicidio di un’infermiera, al quale seguirà un’indagine, che presto si trasformerà nella scoperta di un mondo dove il limite tra genio e follia viene inesorabilmente infranto. Uno spettacolo ricco di colpi di scena, ritmato da canzoni simili a didascalie brechtiane, dalla scenografia mobile e intrigante, che porta lo spettatore a una verità valida ancora oggi: ‘ Ci sono dei rischi che non bisogna correre, mai. E uno di questi è la distruzione dell’umanità ’. Antonella Gabrielli, Michele Gianella, Ruben Moroni, Philippe Schafer e Michela Zanetti fanno rivivere, tra risa e spaventi, tra prigioni e maschere, il dramma di una libertà possibile solo se muta, in maniera fresca e vitale. ‘ Pazzi, eppure saggi. Prigionieri, eppure liberi. Fisici, eppure innocenti ’.

'Racconto d'inverno' a Lugano


Un Racconto d'inverno per narrare della follia amorosa, di donne e uomini e di potere. Tutto questo con la potenza di una tragicommedia esilarante. L'opera di Shakespeare, scritta nel 1611 a cinque anni dalla sua morte, ispirata all'Otello ma con l' happy and che tutti avremmo sognato per Giulietta e Romeo, è in scena al Cittadella di Lugano dal 7 febbraio a questa sera. Prodotto da Teatridithalia, con la regia di Ferdinando Bruni e Elio De Capitani registi-attori del Teatro dell'Elfo di Milano, Racconto d'inverno è una splendida opera sull'amore, giocata da attori di grande talento. La pièce, la meno rappresentata in Italia tra le opere di Shakespeare, snocciola in due atti dal ritmo incalzante una lunga serie di verità incastonate tra quelle splendide metafore e jeux de mots che solo la delicata genialità di Shakespeare sa offrire. Il Racconto è quello di Leonte, re di Sicilia, che viene accecato dalla gelosia nei confronti di sua moglie, la bella e virtuosa Ermione, e del suo migliore amico, il fido Polissene re di Boemia. La gelosia è immotivata, ma Leonte ci trascina con sé nei meandri della sua follia paranoica. Una prima parte tragica quindi, che vede la sparizione via via di diversi personaggi e l'isolamento progressivo del re, che pentito rimane solo con Paulina, amica della moglie persa. Ma chiude l'atto la speranza della vita che continua, in una splendida immagine con la neve di Boemia contro il mare mosso, e la principessa Perdita, la neonata di Ermione ripudiata da Leonte, salvata. Accanto alla perdita di razionalità maschile però, si fa largo una forza e lucidità femminile, rivoluzionaria per i tempi in cui la pièce fu scritta. Shakespeare, sapiente maestro delle passioni umane, confuta i pregiudizi misogini dell'epoca dotando le sue protagoniste di solidità e coraggio. Facendo questo orna le sue principesse di quell'arguzia, ironia e sfrontatezze di cui solitamente vestivano le sue popolane. Il secondo atto dello spettacolo, più comico, si svolge in Boemia, luogo esotico non ben precisato dove i toni cupi della prima parte lasciano spazio a colori, dialetti, feste e farse. Dove il tempo, anche se sappiamo che sono passati 16 anni, non è più definito, dove accanto al re c'è un venditore ambulante, dove un principe (Florizel, figlio di Polissene), si innamora della bellissima figlia di una trattora (quella Perdita ritrovata) ed è pronto a rinunciare al suo lignaggio per il amore.
In Racconto d'inverno ci sono tutti gli ingredienti per un grande spettacolo, dalla bravura degli attori, sopra tutti il Leonte di Ferdinando Bruni, alla coraggiosa messa in scena con elementi ogni epoca e luogo, in un testo estremamente moderno.