lunedì 8 agosto 2011

genio e follia hanno qualcosa in comune: entrambi vivono in un mondo diverso da quello che esiste per gli altri.

(Parte prima)

Echi di Schopenhauer a Locarno, sotto un incessante pioggia che non dà tregua a nessuno, nemmeno alle più irriducibili mantelline pardate.

In un festival che soddisfa per la sua diversità e qualità (dopo un anno di assenza, lo ritrovo riverniciato di fresco dalla sapiente mano artistica di Olivier Père), il piacere sta a volte nel perdersi tra pellicole di vario genere, metraggio, epoca, caratura e provenienza e ritrovare quasi per incanto un denominatore comune. In questo caso, il sostrato  - Sostanza delle cose - è la diversità.

Ora, sono consapevole della difficoltà di cadere in luoghi comuni piuttosto scontati quando si affronta il tema. È difficile scriverne - per questo  mi faccio subdolamente prestare il titolo da filosofi tedeschi - ma lo devo per lo meno alle quattro visioni cinematografiche avute tra sabato e domenica. Trattasi per inciso del cortometraggio sudcoreano Chupachups nella sezione Pardi di domani - Concorso internazionale, del film in Concorso Terri di Azael Jacobs, di Tea and Sympathy - Restrospettiva Vincente Minnelli, e del documentario svizzero The Substance - Albert Hofmann's LSD, Cineasti del presente.


Nel cortometraggio di Ji-suk Kyung si esplora il mondo dell'amore impossibile tra due ex-compagne di scuola, che con fatica riescono ad ammettere persino a loro stesse i profondi sentimenti che le legano, alla fine rivelati attraverso un universo comunicativo più accessibile, una caramella. Sguardi sfiorati, statico silenzio e parole cadenzate si giostrano in sedici minuti di intensità. Così si è aperto il ballo della diversità in un sabato pomeriggio festivaliero.


Ho continuato a ballare tra una sala e l'altra la domenica, in mezzo a tutta la fiumana di gente che come me ha approfittato del week end per vedere il maggior numero di pellicole possibili. Il programma era stato studiato alla perfezione. Di primo mattino, un po' osé per una matinée domenicale, il documentario di Martin Witz che ripercorre la storia del dietilamide-25 dell'acido lisergico, in gergo Lsd, dalla sua scoperta casuale nel 1943 (per opera del chimico svizzero Albert Hofmann) sino ai giorni nostri.

Usi, costumi, colori e visioni di una sostanza che ha aperto il mondo delle percezioni: impiegata inizialmente come farmaco in psichiatria e poi uscita nelle strade a bordo di un vecchio scuolabus colorato, la sostanza è dilagata in brevissimo tempo attraverso tutta una generazione. Hoffman la creò, Thimoty Leary, psicologo statunitense, la propagandò ai giovani di tutto il paese, passando da eccentrico professore che regalava viaggi stupefacenti a nemico pubblico numero uno della nazione. Così si estrapolava dai i suoi discorsi di fronte sempre più vaste schiere di giovani negli anni sessanta: l'LSD è per le persone ai margini, i diversi, coloro che non vivono all'ombra del materialismo, dei doveri e delle leggi. Un documentario ben fatto, oggettivo e toccante, soprattutto nelle interviste al chimico svizzero, che cerca di star lontano da giudizi e cliché, molte volte riuscendoci con grande maestria. Immagini d'archivio e colloqui con ex sessantottini, psichiatri e chi grazie all'LSD, sta cercando di liberare l'anima da un corpo malato. Da vedere.

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